Ci vuole davvero saper esercitare lo “Zen” per non indignarsi. In Umbria aveva vinto il “campo largo” con il Movimento 5 Stelle insieme al centro sinistra, soprattutto grazie al no contro l’inceneritore voluto dalla destra nella precedente giunta.

La nuova giunta, invece di aprire al contributo della società civile, ha confermato gli stessi tecnici di prima, affidando loro l’incarico di “indagare” su tecnologie alternative attraverso un Tavolo blindato e autoreferenziale. Questo, nonostante l’attuale assessore regionale pentastellato fosse stato avvertito già un mese e mezzo fa in un incontro online. Il risultato? Non la tanto sbandierata “termovalorizzazione”, ma la solita gassificazione travestita da Waste to Chemicals o to Hydrogen.

Nella Delibera Regionale 831, orientativa delle tecnologie “alternative alle discariche e agli inceneritori”… udite udite! È stato affermato, dopo una sequela di grossolani svarioni, che la priorità in alternativa agli inceneritori… sono gli inceneritori “sotto mentite spoglie”! Infatti, lo Waste to Chemicals (l’idrogeno si chiama in causa ma, oltre ad essere pericoloso da stoccare e da movimentare, sarebbe di gran lunga il prodotto marginale di un “processo termico” che, intanto, sul piano normativo è assimilato dalla normativa nazionale ad incenerimento dei rifiuti – altro che economia circolare! – e che, dal punto di vista tecnico, differisce dall’incenerimento in “eccesso d’aria” a combustione dei rifiuti (sopravaglio, plasmix… insomma plastiche) per una combustione che sfrutterebbe la presenza “stechiometrica” (fisiologica) di aria nei rifiuti con cui sarebbe alimentato.

Trattasi di gassificazione da cui deriverebbe un syngas (gas di sintesi) che conterrebbe, tra l’altro, tutti gli inquinanti presenti nei rifiuti (idrocarburi aromatici, composti aromatici, naftaline, pirene, benzopirene ecc.), tutti allocati nel cosiddetto TAR. Nel “corpo” della delibera si fanno affermazioni false circa la produzione di ceneri che sarebbero “vetrificate”. Certo, le alte temperature (circa 1200 gradi) consentono la vetrificazione, ma negli scarti di combustione, del tutto assimilabili a ceneri, confluirebbero gli inquinanti non espulsi dal camino perché in parte abbattuti con il “quench system”, responsabile di alti consumi idrici.

Questi impianti ad oggi non esistono. Prova ne è che addirittura, nel corpo di delibera, si afferma in modo falso che tali impianti sono in sviluppo, tra l’altro, ad Empoli. FALSO! Ad Empoli l’impianto del Gruppo Maire Tecnimont (questi sono proprio i “carrarmati di Mussolini”), in tutto e per tutto simile a questo e ancor più simile a quello fallito a Stagno, in provincia di Livorno nel 2022 (e poi proposto indirettamente a Rosignano), è stato sconfitto da una manifestazione di 5000 cittadini, a cui Zero Waste Italia si onora di aver fornito la “critica tecnica” ed il pieno supporto organizzativo.

Quindi, questa delibera “mente” in modo inaccettabile. Così come, da dati forniti da ENI, piena parte del progetto in merito alla valutazione dell’impianto che sarebbe dovuto sorgere presso la Raffineria di Livorno nord, in sede di Commissione Ambiente del Consiglio Regionale Toscano (pubblicata su YouTube), questo impianto, alla faccia dell’economia circolare, a fronte di 200.000 tonnellate di rifiuti secchi trattati, avrebbe emesso circa 430.000 tonnellate di “emissioni”, sia di natura gassosa che solida e liquida.

A fronte di circa 100.000 tonnellate di metanolo (questo in realtà produrrebbe l’impianto… e non l’idrogeno se non in piccola parte) ci sarebbero 200.000 tonnellate di CO₂, 30.000 di ceneri. In delibera si afferma che le ceneri siano vetrificate (ma questo da ENI era escluso e quindi tutto da verificare con enorme scetticismo) ed almeno 200.000 tonnellate di acque contaminate, con la produzione di circa 10-12.000 tonnellate di fanghi tossici.

Senza considerare le caratteristiche del metanolo ottenuto che, dato il syngas di provenienza, potrebbe anch’esso avere dei problemi ad essere classificato quale “carburante” e non “rifiuto” (vi è una normativa a riguardo da rispettare).

È davvero triste constatare questa “credulità” superficiale (tra l’altro senza consultare a 360 gradi ma contentandosi dei 90!) su argomenti così complessi e da approfondire con prudenza, e soprattutto aventi efficaci alternative davvero in linea con l’economia circolare.

Una Regione che produce pochi rifiuti (circa 425.000 t/anno) con una RD ad almeno l’80% vedrebbe rimanere non più di 80.000 tonnellate di RUR (Rifiuto Urbano Residuo) recuperabili sotto forma di materia con sistemi di lettura ottica (il modello ormai affermato dagli anni ’90 è il Tomra, ma non l’unico). Ciò consente recuperi nettamente superiori al 60% di quelle 80.000 tonnellate residue, non solo da sottrarre alla discarica (diversion), ma restituibili alle materie prime.

Rimarrebbero 32.000 tonnellate, e cioè circa il 7% del totale dei rifiuti, da porre a discarica e da disincentivare anche in prospettiva, chiamando i produttori a produrre meno imballaggi e prodotti usa e getta.

Infine, per gli estensori della Delibera, davvero deludente, chiediamo se conoscono il DO NOT SIGNIFICANT HARM PRINCIPLE (DNSH), che annovera tutte le tecnologie di trattamento termico (quindi anche quella in oggetto) quali barriere per 6 principi ambientali, tra cui primeggia l’economia circolare.

Zero Waste Italy non farà sconti a nessuno e, se la Regione Umbria volesse andare sciaguratamente avanti su questa “priorità”, ci troverebbe frontalmente in opposizione. Ci auguriamo – visto che noi preferiamo le “win win strategy” – che questa delibera, ancora non impegnativa, possa essere superata attraverso un confronto aperto e nell’interesse di tutti.

Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Italy