Nel quadro dei negoziati per l’economia circolare è spesso sollecitato da un certo numero di parti interessate l’interdizione totale all’uso delle discariche. Divieti così generalizzati diventano uno strumento estremo, da considerare solo quando vi è una netta giustificazione, come ad esempio il pericolo per la salute umana. Questa scelta porterebbe nella direzione opposta alla meta desiderata, mentre altre opzioni hanno dimostrato di essere più adeguate per raggiungere livelli più elevati di riutilizzo e riciclaggio combinati con bassi livelli di produzione di rifiuti. Un’economia circolare è per sua stessa natura una economia rifiuti zero. La Commissione europea l’ha definita una economia che conserva il valore aggiunto nei prodotti più a lungo possibile e elimina virtualmente i rifiuti. L’esperienza insegna che un divieto di discarica, se applicato rigorosamente, fa poco, di per sé, per un’economia circolare rifiuti zero. Vi sono evidenze che tali misure hanno in realtà spinto e promosso l’incenerimento dei rifiuti per ricavare energia.

La raccolta differenziata infatti, pur essendo continuamente incrementata e ottimizzata, può non raggiungere il 100% di una data frazione dei rifiuti. Quindi, a meno che il sistema sia accuratamente progettato, l’unico modo per rispettare il divieto di discarica è aumentare l’incenerimento. Finora i divieti di conferire in discarica hanno costretto decisori nazionali e locali a pianificare nuovi inceneritori che per garantire il rientro dall’investimento hanno ingessato il sistema, obbligando a incenerire tonnellaggi fissi di rifiuti, non tenendo quindi conto dei miglioramenti delle raccolte differenziate. Di fatto il divieto di conferire rifiuti in discarica ha portato al risultato opposto che la norma intendeva raggiungere: sono aumentati i rifiuti inceneriti e si sono di fatto bloccate le misure di incremento di riuso, recupero, riciclo dei materiali post utilizzo. Tutti e 7 i Paesi europei che hanno vietato le discariche hanno registrato un netto incremento dei rifiuti mandati a incenerimento, ben maggiore dell’incremento della raccolta differenziata. In Danimarca al crescere di rifiuti inceneriti c’è un vero e proprio boom della produzione di rifiuti con un +37%, in Germania e in Olanda l’incremento dei rifiuti inceneriti è stato del doppio e anche del triplo rispetto al crescere della raccolta differenziata. In Austria e Norvegia il divieto ha portato con sé addirittura un calo della differenziata. Il divieto di discarica insomma ha portato alla sovracapacità impiantistica che ha provocato minor impulso e impegno nella raccolta differenziata, contravvenendo ai principi dell’economia circolare.

Vietare le discariche non significa quindi maggiore prevenzione, riduzione, riciclo. Anzi semmai è successo il contrario. L’effetto della direttiva discariche, che ha espulso i biodegradabili senza specificarne la nuova destinazione, unita alla direttiva quadro sui rifiuti, ha spinto alla realizzazione di nuovi impianti di incenerimento che rispondessero ai criteri di R1 senza sollecitare prevenzione e riciclaggio. Dal 2009 al 2013 il ricorso alle discariche è calato dell’8%, ma solo la metà di questo flusso non inviato a discarica è andata al riciclo, compostaggio e preparazione per il riutilizzo, mentre l’altra metà è andata a incenerimento. E l’incenerimento è una tecnologia che genera a suo volta rifiuti. Ceneri volanti, ceneri pesanti, metalli, il 30% del materiale incenerito è ancora rifiuto. E’ fuorviante affermare, come fanno Germania e Svezia, di non mandare rifiuti in discarica. I rifiuti sono inceneriti ma poi, magari sotto altra denominazione, finiscono in discarica comunque.

Una specie di trucco contabile che rappresenta una grave minaccia se sancito nel pacchetto sull’economia circolare. Il divieto di portare i rifiuti in discarica consente il protrarsi di un modello di economia lineare, per esempio incrementando la produzione di rifiuti (e quindi di incenerimento) senza alcun riguardo per il calo del riciclaggio, potendosi poi infine dichiararsi ancora un Paese con zero rifiuti in discarica. Mettendo a confronto due esperienze diverse, Copenaghen e Treviso, possiamo mettere in evidenza come l’esperienza italiana consenta di ridurre la produzione pro capite di rifiuti a 350 kg con un tasso di differenziata all’85%, mentre Copenaghen, pur dichiarandosi “zero rifiuti in discarica”, ha 425 kg di rifiuti pro capite e un riciclo bloccato al 33%. E’ evidente come la presenza di un inceneritore ingessi il sistema e obblighi comunque a portare materiali a incenerire per raggiungere il tonnellaggio richiesto, frenando ogni politica di riduzione. Senza impianti invece si tende al massimo sforzo per ridurre il rifiuto residuo, liberi da ogni costrizione impiantistica, puntando invece al risparmio economico e di conseguenza al risparmio dei materiali.

Una politica zero rifiuti a incenerimento, se supportata da azioni di prevenzione, redesign di processi e prodotti, una ottimale separazione alla fonte, tariffazione puntuale, fa avvinare a zero rifiuti maggiormente rispetto a un semplice divieto di conferimento in discarica. Le raccomandazioni rivolte alla Ue per l’avvio di una efficace economia circolare possono essere così riassumibili.Una forte tassa sui conferimenti in discarica e sull’incenerimento energetico degli stessi combinata con una tassa inferiore per i conferimenti in discarica di materiali stabilizzati è certamente più efficace per stimolare la crescita di riduzione, riuso, riciclo, riprogettazione dei materiali rispetto al semplice e generico divieto di conferimento in discarica.

Se l’obiettivo è quello di eliminare i rifiuti l’approccio migliore per chiudere il cerchio si sta concentrando sulla riduzione dei rifiuti residui e la riprogettazione, con impianti di trattamento flessibili e l’ottimizzazione dei sistemi di raccolta differenziata, ognuno dei quali è la traduzione operativa dei principi generali dell’Economia Circolare.P

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